Agevolazioni Diritti e Doveri

Il permesso di lavoro per assistere il convivente disabile

Pemesso di lavoro per il convivente disabile

Permesso di lavoro per assistere il convivente disabile. Si può chiedere?

Il diritto a fruire dei permessi della celebre Legge 104/1992, ovvero la “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, è subordinato a requisiti tassativi e stringenti.

Innanzitutto è bene chiarire che i permessi di cui stiamo parlando sono quelli retribuiti, disciplinati dall’Art. 33 della Legge 104 del 1992 e dagli Artt. 33 e 42 del D.lgs 151 del 2001, come modificati dalla L. 183 del 2010 e dal D.lgs. 119 del 2011.

I permessi retribuiti spettano innanzitutto ai lavoratori dipendenti che siano “disabili in situazione di gravità”: essi possono beneficiare alternativamente di: riposi orari giornalieri di 1 ora o 2 ore a seconda dell’orario di lavoro oppure di tre giorni di permesso mensile frazionabili in ore.

“I genitori, anche adottivi o affidatari, di figli disabili in situazione di gravità” hanno la possibilità di usufruire di permessi speciali, che cambiano a seconda che i figli disabili siano di età inferiore ai tre anni, oppure di età compresa tra tre e otto anni, oppure ancora di età superiore agli otto anni.

Anche il “coniuge, parenti o affini entro il 2° grado di familiari disabili in situazione di gravità”.

Tali diritti possono addirittura essere estesi ai parenti e agli affini di terzo grado (Legge 183/2010).

Per capirci: l’affinità è il vincolo tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge. Quindi gli affini di terzo grado sono i bisnonni del coniuge, i nipoti del coniuge o gli zii del coniuge.

Ma del convivente neanche l’ombra. La legge non lo contempla.

E’ possibile usufruire dei permessi della Legge 104/92 nel caso in cui il bambino disabile con handicap sia nato all’interno di una coppia di genitori non sposati, quindi di una coppia di fatto?

Sì. A prescindere dal fatto che il bambino sia nato all’interno di una coppia di genitori sposati o non sposati, la Legge 104/92 riconosce comunque alla lavoratrice madre o, in alternativa, al lavoratore padre, anche adottivi, di minore con handicap in situazione di gravità accertata il prolungamento fino a tre anni del periodo di astensione facoltativa dal lavoro, o in alternativa due ore di permesso giornaliero retribuito fino al compimento del terzo anno di vita del bambino, a condizione che il bambino non sia stabilmente ricoverato in apposita struttura.

Ricapitolando, i soggetti che possono usufruire dei permessi per assistere una persona invalida sono, alternativamente:

1) il coniuge

2) la madre

3) il padre

4) i genitori adottivi o affidatari

5) i parenti o affini entro il secondo grado

6) i parenti e gli affini entro il terzo nel caso in cui i genitori o il coniuge del portatore di handicap siano ultrasessantacinquenni o affetti da patologie invalidanti, oppure siano deceduti o mancanti.

Tutti questi soggetti possono assistere il portatore di handicap, anche se con lui non conviventi, mentre il partner convivente non può.

Importante: la questione dei permessi di lavoro per assistere il convivente disabile è stata messa al vaglio della Corte Costituzionale, la quale aveva già espresso parere negativo con l’Ordinanza n. 35 del 26 gennaio 2009.

In realtà la fattispecie presentata è diversa da quella posta all’attenzione dell Corte Costituzionale nel 2009: in quell’anno, la Corte Costituzionale aveva affermato, nell’ordinanza n. 35 del 2009, che la questione di legittimità costituzionale risulterebbe irrilevante nel caso dell’esistenza di parenti o affini entro il terzo grado, che possano dare assistenza al soggetto gravemente disabile al posto del convivente more uxorio.

Nel caso recentemente messo al vaglio della Corte Costituzionale, una signora, dipendente della USL di Livorno, nel 2003 aveva presentato domanda per usufruire dei benefici di cui all’art. 33 della Legge 104/1992, necessari ad assistere il proprio convivente disabile, portatore di handicap grave; la signora si era vista accogliere la domanda da parte del datore di lavoro lo stesso anno e, da quel momento in poi per ben 8 anni, aveva usufruito dei permessi retribuiti.

Nel 2011, complice la riforma operata dalla Legge 183 del 2010 era stato richiesta alla signora la trasmissione del modulo per il rinnovo annuale dei benefici di cui all’art. 33 della Legge 104/1992.

La risposta dell’USL è arrivata come un fulmine a ciel sereno: la stessa USL ha rigettato la richiesta dei benefici per l’assistenza del convivente disabile ed ha trattenuto dalla retribuzione della dipendente le somme erogate negli anni precedenti per i permessi retribuiti di cui aveva goduto.

La signora ha quindi fatto ricorso al Tribunale di Livorno nella persona del Giudice del Lavoro chiedendo di poter usufruire dei permessi retribuiti di cui all’art. 33 comma 3 della  Legge 104/1992 per assistere il proprio convivente disabile, oltre alla condanna della USL alla restituzione di quanto indebitamente trattenuto in recupero delle somme erogate, negli otto anni precedenti, a titolo di permessi mensili retribuiti ai sensi della L. 104/1992.

In subordine, la signora tramite il proprio avvocato ha chiesto sollevarsi la questione di legittimità costituzionale dell’Art. 33 comma 3 della Legge 194/1992 rispetto ai principi costituzionali enunciati negli Articoli 2, 3, 32 e 38 della Costituzione, e negli Articoli 1, 3, 7, 20 e 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Il Tribunale ha valutato che la questione di legittimità costituzionale dell’art. 33 della Legge 194/92  non risultava manifestamente infondata, quindi ha rimesso gli atti alla Corte Costituzionale per stabilire se sia costituzionalmente legittimo non includere il convivente more uxorio tra i beneficiari dei permessi retribuiti per l’assistenza al portatore di handicap grave.

Aggiornamento

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 213/2016 pubblicata il 28.09.2016 ha statuito che la ratio legis del congedo parentale è quello di favorire l’assistenza alla persona affetta da handicap grave in ambito familiare. Per cui, lo scopo primario della Legge 104 è quello di «assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare».

Il diritto alla salute psicofisica, comprensivo della assistenza e della socializzazione, va dunque garantito al soggetto con handicap in situazione di gravità, sia come singolo che in quanto facente parte di una formazione sociale per la quale, ai sensi dell’art. 2 Cost., deve intendersi anche la coppia di fatto.

Il soggetto da proteggere, ha ricordato in sostanza la Corte, è il soggetto portatore di handicap, che non può essere privato della possibilità di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunità di vita, altrimenti il suo diritto alla salute verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, solo a causa della mancanza di un rapporto di parentela o di coniugio.

I Giudici Costituzionali quindi hanno dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, nella parte in cui non include il convivente e con ciò garantendo la possibilità di richiedere il permesso di lavoro per assistere il convivente disabile.

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