Diritti e Doveri

Il convivente che lavora per il partner ha diritto alla retribuzione

convivente diritto a stipendio

Cosa succede se il convivente lavora per anni per il partner senza guadagnare nulla?

Ha diritto a vedersi riconosciuto lo stipendio ?

In attesa della legge sulle unioni civili, che si auspica sia emanata prima della fine del 2015, la Corte di Cassazione prosegue nella tutela delle coppie di fatto con un provvedimento in tema di diritto del lavoro prestato dal convivente nei confronti favore del partner.

La Suprema Corte, infatti, con la sentenza n. 19304 depositata il 29 settembre 2015, ha finalmente affermato che il lavoro prestato dal convivente nei confronti del partner non sempre è gratuito, ma anzi, lo stesso convivente ha diritto alla retribuzione ovvero alla giusta paga secondo il contratto collettivo nazionale corrispondente al lavoro prestato.

Vediamo i fatti.

I primi due giudici di merito avevano respinto le richieste della donna, che aveva adito il Tribunale prima, e la Corte d’Appello poi, per accertare l’esistenza di un rapporto di lavoro protrattosi dal 1992 sino al 1998 alle dipendenze del convivente more uxorio. Nella fattispecie, la donna aveva lavorato come impiegata nell’amministrazione del consistente patrimonio immobiliare del compagno e della di lui madre.

A motivo della propria decisione, la Corte d’Appello sosteneva l’insussistenza di un rapporto di subordinazione, giustificando la riconosciuta intensa attività lavorativa prestata dalla donna con il vincolo di affettività e solidarietà proprio di una tale relazione.

La Suprema Corte di Cassazione inizia affermando che ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro subordinato si presume effettuata a titolo oneroso. Fermo restando questo, quella stessa prestazione lavorativa può essere ricondotta ad un rapporto diverso, prestato per il particolare istituito “affectionis vel benevolentiae causa”.

Cosa significa?

Significa che, qualora vi siano particolari circostanze, si presume che il convivente o la convivente che lavora per il partner presti la propria attività lavorativa a titolo gratuito.  Ma perché si giunga a questa conclusione è necessario che sia dimostrata in giudizio la sussistenza della finalità di solidarietà fra conviventi.

Come mai?

Perchè la Giurisprudenza ritiene che l’attività lavorativa e di assistenza svolta all’interno di una coppia di fatto, in favore del convivente more uxorio, trovi di regola la sua ragion d’essere nei vincoli di fatto di solidarietà ed affettività esistenti, il che esclude un lavoro subordinato.

La Corte, prosegue sostenendo che è da escludersi l’esistenza di un contratto di lavoro subordinato qualora si dimostri “una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi (famiglia di fatto), che non si esaurisca nella fattispecie in un rapporto meramente affettivo o sessuale, ma dia luogo anche alla partecipazione, effettiva ed equa, del convivente alla vita e alle risorse della famiglia di fatto”.

Nel caso di specie, i testi avevano riconosciuto un consistente apporto lavorativo della donna all’attività del convivente.

Ma il rapporto fra i due non era mai sfociato in una effettiva e costante convivenza sotto lo stesso tetto e la convivente non aveva mai ottenuto alcun tipo di vantaggio economico dal rapporto affettivo, poiché era rimasta esclusa dagli utili della gestione del patrimonio immobiliare del compagno.

Pertanto, secondo la Corte Suprema, una volta accertata la prestazione lavorativa di oltre sei anni da parte della donna nei confronti del compagno, nell’assenza di una riconducibilità di tale prestazione secondo gli schemi dell’istituto “affectionis vel benevolentiae causa”, doveva essere pronunciato il diritto della stessa a vedersi riconosciuta la retribuzione per il lavoro svolto nei confronti del convivente.

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