Comunione dei beni

Donare un immobile al convivente

donazione di immobile al convivente

Donare un immobile al convivente

La Donazione di un immobile al convivente è valida?Si può chiederne la restituzione?

Recentemente la Cassazione ha dovuto esaminare il caso di una convivente che aveva acquistato un immobile con i soldi propri ma cointestando lo stesso immobile sia a lei che al partner (sent n. 7480/2013).

Alla morte del partner, gli eredi del compagno avevano chiesto la metà dell’immobile, in quanto cointestato anche al loro defunto, mentre la signora si era opposta sostenendo di aver pagato per l’intero l’immobile coi soldi propri, ragion per cui rivendicava l’intera proprietà della casa.

In particolare, la signora sosteneva nelle proprie difese processuali che la metà dell’immobile era stata donata da lei al compagno.

Secondo la Cassazione, l’acquisto di un immobile in comunione con il partner per quote uguali, pur avendo sborsato solo una delle parti l’intero prezzo per l’acquisto, è qualificabile alla stregua di una donazione indiretta della quota dell’immobile stesso.

A questo punto si poneva il problema della validità della donazione fatta dalla convivente al proprio partner: è valida la donazione di un immobile al proprio convivente, se pur non effettuata nelle forme solenni, ma attraverso la cointestazione di un immobile?

Ricordiamo che secondo le norme del Codice Civile (art. 782 c.c.), la donazione deve essere fatta per atto pubblico – cioè dinanzi ad un notaio – a pena la nullità, ed alla presenza di due testimoni. L’unica eccezione è prevista per le donazioni di modico valore oppure per le donazioni manuali.

Nella fattispecie vi era stata donazione indiretta. La signora, cioè, aveva acquistato il bene immobile secondo le forme solenni della vendita, ma non aveva acquistato il bene per poi donarlo al compagno, aveva direttamente fatto partecipare il compagno all’acquisto, così intestando anche a lui l’immobile, nonostante il prezzo fosse stato pagato solo dalla donna.

Ebbene, sempre secondo la Suprema Corte, tale liberalità era valida anche se non vi era stato il rispetto delle forme solenni della donazione.

Si poneva però un ulteriore problema: la signora aveva acquistato il bene immobile con l’utilizzo dei soldi derivanti dalla sua attivià di prostituta. Era valida la donazione fatta al convivente anche se il prezzo pagato per l’acquisto dello stesso era derivante da un’attività di meretricio?

La Cassazione ha sostenuto che il fatto che il denaro impiegato per l’acquisto fosse stato conseguito dalla donna quale provento della sua attività di prostituta, non poteva intaccare la validità della donazione.

I soldi che la signora aveva utilizzato non solo per acquistare l’immobile, ma anche per donarlo al compagno, attenevano ad una fase pregressa rispetto alla donazione, che invece era frutto dello spirito di liberalità con il quale la donna aveva inteso arricchire il suo convivente.

In sostanza, la donna non ha potuto recuperare la metà dell’immobile, che è così stato diviso fra le e gli eredi del compagno defunto.

La vicenda  mette in luce come spesso, soprattutto nei rapporti di convivenza, sia importante che le parti agiscano con la dovuta cautela, magari consigliati da apposito professionista.

E’ importante ricordare come alcuni Tribunali si sono assestati al principio per cui al cessare della convivenza, ad esempio per effetto di scelta comune, è possibile chiedere un indennizzo per esborsi effettuati da una parte (Tribunale di Brindisi, 26 maggio 2014).

Il ragionamento è il seguente: gli esborsi fatti dall’una o dall’altra parte durante la convivenza sono giustificati dall’adempimento di obblighi morali, ma devono rispettare un criterio di proporzione rispetto all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali di colui che effettua l’esborso.

Ma se tali esborsi sono molto superiori alle condizioni economiche di chi li ha effettuati oppure sono sproporzionati rispetto al tenore familiare complessivo, allora in questo caso il venir meno della convivenza – che era il presupposto fondamentale per cui era stato fatto l’esborso – può giustificare la restituzione di quell’attribuzione patrimoniale indiretta – come il fatto di donare un immobile o una quota dello stesso – oppure del suo equivalente monetario.

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