Separazione tra conviventi

Cacciare di casa il convivente, si può?

Cacciare di casa il convivente

COPPIE DI FATTO: E’ POSSIBILE CACCIARE DI CASA IL CONVIVENTE?

Maggiore tutela per le coppie di fatto: anche se per i più diversi motivi, finisce il rapporto, il partner non può essere cacciato di casa dall’oggi al domani anche se la casa è di proprietà dell’altro.

Questo è il principio generale sancito dalla Cassazione. Con una recentissima sentenza della Seconda sezione civile, la Suprema Corte spiega che dal momento che “la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’articolo 2 della Costituzione considera sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano giuridico è tutelata dalla costituzione, così da assumere i connotati della detenzione qualificata”.

La Cassazione ha così deciso occupandosi di un caso concreto  di una coppia di fatto della provincia di Monza il cui rapporto era per vari motivi naufragato.

Paolo M. nel marzo del 2008 aveva venduto l’immobile alla convivente Giovanna C.. l’uomo, ricostruisce la sentenza 7214 del 2014, aveva continuato a frequentare la casa sia pernottandovi sia usandola come appoggio ad altro sottostante appartamento in cui esercitava la professione medica anche dopo la fine del rapporto.

La donna lo aveva sbattuto fuori di casa. La Cassazione dice chiaramente che il convivente non è un ospite e che dunque non poteva essere cacciato di casa all’improvviso.

La Suprema Corte aggiunge che ”non significa pervenire ad un completo pareggiamento tra la convivenza more uxorio e il matrimonio,  contrastante con la stessa volontà degli interessati, che hanno liberamente concepito la scelta di non vincolarsi con il matrimonio proprio per evitare le conseguenze legali che derivano da esso”.

Anticipato questo, la Cassazione dice anche palesemente che “questa distinzione non comporta che, in un unione totalmente libera che tuttavia abbia assunto, per durata, stabilità, esclusività e contribuzione, i caratteri di comunità familiare, il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme ed instaurare un consorzio familiare, come tale anche socialmente riconoscibile”.

Dalla massima è facilmente comprensibile come, nonostante l’insostenibilità del prosecuzione della convivenza, non si possa cacciare di casa il convivente ma sia necessario invece lasciare al partner il tempo per riorganizzare in modo sereno la sua vita, consentendogli quindi di trovare anche una nuova abitazione.

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